Juifs en pays arabes. Le grand déracinement 1850-1975

Georges Bensoussan

Paris, Editions Tallandier, 2012

Si intitola: Ebrei nei paesi arabi. Il grande sradicamento 1859-1975 (Juifs en pays arabes. Le grand déracinement 1850-1975) l’ultimo grande lavoro dello storico Georges Bensoussan, appena uscito nelle librerie francesi.  Già autore di una monumentale storia del sionismo (Il sionismo. Una storia politica e intellettuale. 1860-1940, Einaudi, 2007) e di numerosi saggi sulla Shoah, Bensoussan firma un saggio di ampio respiro, ricostruendo con pazienza una storia complessa e dolorosa, smontando idee comuni e mitologie e soprattutto rompendo il silenzio che ha avvolto per lungo tempo il destino di queste comunità.

Fin dall’antichità, ovvero ben prima della conquista araba e della nascita dell’Islam, le comunità ebraiche erano presenti in tutto il Nord Africa e nel Vicino e Medio Oriente, dal Marocco all’Egitto, dalla Libia allo Yemen, senza dimenticare l’Irak e la Tunisia. L’analisi di Bensoussan parte dalla metà dell’Ottocento quando, sotto l’influenza del colonialismo europeo, gli ebrei d’Oriente, a maggioranza sefardita, erano riusciti ad accedere a una forma di modernità culturale, spesso, anche a un reale sviluppo economico che li aveva affrancati, almeno in parte, dalla condizione servile di dhimmi imposta dall’Islam, ovvero da secoli di sottomissione arabo-musulmana all’insegna della paura, della fame e di una povertà materiale e culturale. Quello apportato dagli europei in queste terre fu un illuminismo moderato, sinonimo di istruzione, sviluppo culturale ed emancipazione ma incapace, tuttavia, di eliminare del tutto l’assoggettamento degli ebrei a innumerevoli umiliazioni pubbliche, spoliazioni e angherie di ogni tipo.

Pochi decenni dopo, il conflitto attorno alla Palestina e la collusione di alcuni leader arabi con i paesi dell’Asse finiranno per dissolvere gli ultimi legami che una lunga coabitazione aveva contribuito a tenere in vita. La decolonizzazione e la nascita dello Stato di Israele, tra altre concause, resero le condizioni di vita degli ebrei residenti nei paesi arabi sempre più difficili, per l’intensificarsi di misure discriminatorie e umilianti, nonché di minacce e violenze sempre più pesanti, inclusi alcuni episodi di pogrom come quello particolarmente efferato di Bagdad del giugno 1941 (pogrom “fahrud”).

Conseguenza del radicarsi dell’ostilità araba-musulmana e di condizioni di vita sempre più precarie sarà la disgregazione di tutte le comunità ebraiche del Nord Africa e Medio Oriente, letteralmente sradicate, costrette all’emigrazione e, dunque, distrutte nell’arco di appena una generazione.

Costretti a fuggire abbandonando tutto, spesso espulsi o cacciati, gli ebrei d’Oriente – quasi un milione di persone -se ne andarono una comunità dopo l’altra, in un esodo massiccio che ha costituito un’altra diaspora nella storia del popolo ebraico. Da allora su queste minoranze ebraiche è calato un silenzio imbarazzante, sia da parte della storiografia che dello stesso mondo ebraico sopravvissuto alla Shoah, un mondo a predominanza askenazita e unito dall’ombra schiacciante della memoria del genocidio.

 

Un libro, dunque, che fa luce su una storia a lungo occultata, oppure spesso riletta superficialmente secondo stereotipi e luoghi comuni che ne hanno ora trasfigurato il passato, attraverso i ricordi delle stesse comunità ebraiche chiuse in una visione idilliaca all’insegna del mito della simbiosi giudeo-araba, ora interpretato forzatamente e ideologicamente tutta la storia della presenza ebraica in questi territori come un unico periodo di persecuzione e di oppressione totale.

Bensoussan rifiuta una storiografia redentrice e consolatoria, narra queste vicende con pazienza, mettendone in rilievo tutta la complessità e senza cedere a facili visioni di parte.

Perché non si tratta di scrivere una storia comunitaria e nemmeno la storia di una comunità, ma piuttosto di tentare di comprendere come la modernità culturale e laicizzante abbia obbligato a ridefinire le identità. Si tratta anche di capire i fondamenti psichici dei conflitti politici di oggi, la dimensione nascosta dell’asservimento che è tuttora presente nell’antagonismo giudeo-arabo.

Dal 1850, in fondo, il destino così rapidamente segnato delle antiche comunità appare al contempo come lo specchio dei fallimenti e dei modesti successi della modernità in Oriente.

 

Una ricostruzione rigorosa e appassionante, estremamente documentata grazie allo spoglio di una voluminosa documentazione e di fonti diverse, in gran parte inedite.

Un libro destinato a lasciare il segno.

 

Georges Bensoussan, uno dei maggiori storici contemporaneisti a livello internazionale, è autore di numerosi saggi sull’ebraismo, il sionismo e la Shoah, tra cui L’eredità di Auschwitz. Come ricordare (Einaudi, 2002), Genocidio. Una passione europea (Marsilio, 2009) e Israele, un nome eterno. Lo Stato di Israele, il sionismo e lo sterminio degli ebrei d’Europa (Utet, 2009). Dirige dal 1993 la Revue d’histoire de la Shoah ed è responsabile editoriale delle pubblicazioni del Mémorial de la Shoah. Ha curato insieme a Jean-Marc Dreyfus, Edouard Husson e Joël Kotek il Dictionnaire de la Shoah (Larousse, 2009).

Nel 2008 gli è stato conferito dalla Fondation Jacob Buchman di Parigi il Prix Mémoire de la Shoah.