In memoria di Shlomo Venezia

In memoria di Shlomo Venezia

Dalle camere a gas di Auschwitz a testimone della Shoah

 

Discorso di Laura Fontana

Tra il 1939 e il 1945, durante la Seconda Guerra mondiale, la Germania nazista, assecondata da molteplici collaborazioni e complicità, ha pianificato e realizzato l’assassinio di circa 6 milioni di ebrei, uomini, donne, bambini, mandati a morire da ogni angolo d’Europa per la sola colpa di essere nati ebrei, ovvero per crimine di nascita.

Un crimine commesso non nel più totale segreto – nonostante quello che ancora oggi ci ostiniamo a credere – ma perpetrato sotto gli occhi del mondo, innanzitutto delle popolazioni dei paesi occupati, degli Alleati informati fin dal 1942 del genocidio, della Croce Rossa, del Vaticano, della comunità ebraica in Palestina, in un silenzio, un’indifferenza e una passività pressoché totali. Alla Germania di Hitler e ai suoi complici è mancato solo il tempo per completare il progetto e distruggere l’intero popolo ebraico, cancellandolo dalla faccia della terra (*)come aveva deciso.

Questa è stata la Shoah che oggi, il 27 gennaio, in Italia come in gran parte d’Europa, si intende ricordare, avendo scelto come data simbolo quella dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Una tragedia che certamente ha innanzitutto riguardato il popolo ebraico come ha sottolineato il Pontefice oggi, ma che va considerata e che deve essere ricordata innanzitutto come una tragedia dell’Europa – poiché cittadini europei erano siano le vittime che i carnefici che vivevano fianco a fianco, – e come una tragedia universale, cioè dell’umanità intera e non solo della comunità ebraica. Perché nelle camere a gas di Auschwitz, attraverso un meccanismo industriale di fabbricazione di cadaveri e di distruzione totale delle vittime trasformate in cenere, non sono stati distrutti solamente i corpi degli ebrei mandati a morire, ma quello che è stato distrutto è il concetto stesso di umanità della vittima, la sacralità della vita. E’ bene ricordare che nella visione nazista, una visione che oggi ci appare totalmente folle e irrazionale ma che invece nelle intenzioni dei suoi pensatori ha una sua logica che dobbiamo sforzarci di comprendere, l’ebreo non è affatto concepito come un sottouomo, non è un Untermensch come lo è, ad esempio, il popolo polacco o gli Slavi in genere e non è nemmeno una razza inferiore come lo sono i negri. In una concezione razzista, la gerarchia tra le razze presuppone sempre e comunque una scala di umanità superiore e inferiore. Per l’antisemitismo nazista, invece, l’ebreo è visto come totalmente al di fuori del genere umano, è una creazione immaginifica – perché nella realtà l’ebreo dipinto dalla propaganda antisemita non esiste e dunque occorre inventarlo – una creazione che mescola il demoniaco (l’ebreo è satana, agente del male, colui che complotta per corrompere e dominare il mondo) e la paura apocalittica e delirante che assimila l’ebreo al contagio del sangue infetto (e dunque l’ebreo è raffigurato come un virus da debellare, un bacillo da sconfiggere, un ratto da distruggere, è il cancro dell’umanità, la putrefazione della società che occorre sanare con mezzi anche estremi). Insomma l’ebreo è spaventoso, ripugnante, pericoloso e secondo questa logica nazista non si tratta di combattere un nemico umano come si combatterebbe per esempio contro la Francia o contro la Polonia per dominare e sfruttare l’altro ma è un male assoluto che può essere vinto solo mediante una distruzione alla radice, con una gigantesca opera di bonifica sanitaria. Non a caso, a tal proposito, nel linguaggio nazista si parla di sterminare, ausrottenche è un verbo che si usa per estirpare alla radice le piante infestanti e per distruggere insetti e roditori nocivi per l’uomo Non a caso il gas che verrà individuato per uccidere ad Auschwitz-Birkenau è lo Zyklon B che in commercio era un banale veleno per i topi.

 

Questa è stata la Shoah, il genocidio degli ebrei compiuto come un’opera di derattizzazione, nel disprezzo più totale dell’umanità della vittima, non è il fenomeno della deportazione nei campi di concentramento né la persecuzione pur terribile delle altre categorie di persone perseguitate dal regime nazista e fascista.

Ho voluto ricordarlo non solo perché oggi vedo qui diversi dei miei studenti del Progetto Educazione alla Memoria, ma anche perché ultimamente assistiamo a un fastidioso paradosso che vede coesistere da un lato una commemorazione ossessiva della Shoah e un discorso pubblico all’insegna del dovere di memoria e dall’altro una paurosa ignoranza storica che amalgama gli eventi buttando le sofferenze delle vittime della seconda guerra mondiale in un unico calderone, senza rispetto né per gli uni né per gli altri.

La Shoah non è stata certo l’unico crimine commesso dal regime nazista e dai regimi collaborazionisti dell’epoca e gli ebrei non hanno il privilegio della sofferenza assoluta, ma non tutto è assimilabile a un genocidio e la storia si studia ricostruendo i fatti e accettando di leggerla senza farsi guidare dalla commozione o dal moralismo.

 

Shlomo Venezia, cittadino italiano residente a Salonicco, era stato condannato a morte con la sua famiglia perché nato ebreo. Ha dedicato, come tutti voi sapete, l’ultima intensa parte della sua vita a raccontare la verità di quanto ha visto nei crematori di Auschwitz e avrebbe voluto da parte mia questa precisazione, che è rispetto per la storia e giustizia per le vittime.

Perché in questo 27 gennaio, in cui gran parte dell’Europa celebra la Giornata della Memoria e lo fa con un fitto calendario di iniziative di ogni genere, con Treni della Memoria che portano in visita ad Auschwitz migliaia di studenti, con una montagna di libri che vengono pubblicati sull’argomento e con una storiografia in perenne evoluzione, parrebbe facile credere di aver fatto i conti una volta per tutte con la nostra storia e aver saldato il debito del passato, compensando la passività e il silenzio di ieri, l’indifferenza di molti alla promulgazione delle leggi razziali e alla persecuzione dei cittadini di origine ebraica, con il fervore di oggi nel trasmettere la memoria della Shoah alle giovani generazioni. E invece basta tirarsi fuori dal coro e osservare criticamente per rendersi conto di quanto siano diffusi e persuasivi fenomeni come la banalizzazione in cui tutto è Shoah, i campi profughi sono ghetti, il rimpatrio dei clandestini è una deportazione e anche una catastrofe naturale diventa oggetto di commemorazione e comparazione con Auschwitz, l’ignoranza storica di chi sostiene, come il candidato premier oggi a Milano che le leggi razziali italiane sono state volute dalla Germania nazista e che a parte questo Mussolini ha governato bene, l’ipocrisia di chi finanzia i treni per Auschwitz e lascia che la storia sparisca progressivamente dai programmi scolastici, il nuovo antisemitismo che si nasconde appena dietro l’antisionismo e l’attacco violento alla legittimità di Israele come Stato, il negazionismo e non solo quello dei gruppuscoli affiliati a Casa Pound, il neonazismo, la visione edulcorata del fascismo.

 

Allora io credo che in questo mare di melassa in cui pare annegare ogni riflessione su Auschwitz e sul male commesso, in cui il grido Mai più! sembra essere ossessivamente invocato come un mantra ed è privo di forza politica capace di interrogare veramente il nostro sistema di valori, le testimonianze che ci hanno lasciato i sopravvissuti come Shlomo Venezia possano avere un senso per incidere sul nostro presente solo nella misura in cui esse siano realmente concepite e recepite come dialogo e non come monologo, cioè se il racconto del testimone che rievoca per noi l’orrore di Auschwitz sforzandosi di attribuirgli un senso ed essere così creduto e compreso, riesce a interpellarci nel profondo, costringendosi a rivedere i nostri valori e le nostre credenze rassicuranti sulla democrazia e sulla modernità. Perché la memoria non è a senso unico e unilaterale, dal passato al presente, ma è relazione viva e interrogante tra ieri e oggi. E’ il nostro presente che deve interrogare Auschwitz, per riflettere se viviamo ancora in quel mondo e in quella cultura che ha reso possibile il genocidio.

Oggi tutti si chiedono come si farà a trasmettere la Shoah quando anche l’ultimo sopravvissuto non sarà più su questa terra. Ebbene, io credo che si farà semplicemente quello che si dovrebbe fare sempre per ogni evento storico: leggere, studiare e meditare. Possibilmente in quest’ordine e senza saltare il leggere. Perché conoscere non è sinonimo di vedere come oggi molti tendono ingenuamente a credere, alimentando una sorta di delirio mistico che ci porta tutti a voler andare in massa ad Auschwitz per capire più di quello che un qualunque libro di storia potrebbe spiegarci.

 

Shlomo Venezia, al di là delle sue centinaia di testimonianze in Italia e all’estero, molte delle quali anche per gli studenti e gli insegnanti di Rimini, ha lasciato un libro straordinario per la forza del suo racconto e per la modalità che ha scelto per trasmettere un’esperienza terrificante e unica, o quasi, nel panorama dei sopravvissuti di Auschwitz. Perché a Shlomo è toccato l’ultimo gradino dell’inferno.

Testimone oculare dello sterminio ha dovuto guardare negli occhi lo sguardo del medico SS che buttava lo Zyklon B dal tetto della camera a gas e lo sguardo terrorizzato delle vittime, di quelle madri coi neonati attaccati al seno o di quei bambini soli che entravano all’inferno.

Li ha dovuti guardare nudi negli ultimi atti della loro vita e ne ha poi dovuto maneggiare i corpi per compiere quel processo di distruzione che andava fino alla dispersione delle ceneri.

 

Un orrore che avrebbe dovuto inghiottirlo, secondo i piani nazisti. In quanto testimone del crimine commesso all’interno delle camere a gas, Shlomo come tutti i membri dei Sonderkommandos era destinato ad essere ucciso per evitare che potesse raccontare.

Invece Shlomo è sopravvissuto e ha raccontato quello che oggi sappiamo e quello che vedremo anche in questo film girato proprio ad Auschwitz nell’aprile 2000.

Ha vissuto una vita piena, con tre figli amatissimi e cinque nipoti meravigliosi, ma soprattutto con una moglie, Marika, che lo ha amato, accudito e protetto dagli incubi ricorrenti, ma una vita anche difficilissima e penosa, per certi versi quasi insopportabile, sempre col pensiero rivolto a quell’inferno.

Perché da Auschwitz non si esce mai veramente, ci ha detto.

Allora nel ricordarlo qui con voi oggi, nel ricordare un incontro che personalmente mi ha cambiato la vita, permettetemi di citare la conclusione del suo ultimo discorso pubblico, pronunciato il 27 gennaio 2011 all’Unesco di Parigi, davanti a ministri, ambasciatori, rappresentanti istituzionali di ogni Paese, riuniti in seduta solenne:

Noi, i sopravvissuti dei campi, non saremo sempre qui con voi.

È a voi, dunque, che mi rivolgo, a voi che rappresentate Istituzioni importanti per il futuro del mondo, a voi che avete in carico l’educazione delle giovani generazioni, perché è essenziale che assumiate su di voi e proseguiate il compito della testimonianza, delle nostre testimonianze, per lottare contro l’oblìo, per impedire che si volti la pagina su Auschwitz, per lottare contro i negazionisti e per difendere la verità storica.

É il nostro dovere, nostro, dei sopravvissuti,anche a nome di tutti i nostri cari scomparsi nella Shoah, chiedervi di non abbassare la guardia, chiedervi di impegnarvi a fare tutto quanto vi è possibile per preservare il mondo dal ripetersi di tali atrocità.

Certo la sfida è enorme, speriamo di essere degni di questo compito che ci è stato affidato.

Grazie per la vostra attenzione.