La Shoah nei Libri del ricordo delle comunità ebraiche

La Revue d’histoire de la shoah, diretta da Georges Bensoussan, ha pubblicato un importante lavoro di ricerca sui “Libri del ricordo” e la shoah, dal titolo  “Et la terre ne trembla pas. La Shoah dans les Livres du souvenir”.

Chiamati yizker bicher in lingua yiddish, i libri della memoria erano in origine pubblicazioni tipiche di una lunga tradizione del mondo ebraico, soprattutto per le comunità dell’Europa centro-orientale (in particolare per la Germania e la Polonia), volta a preservare la memoria dei morti, ovvero a registrare e salvare dall’oblio i nomi dei membri delle comunità non più in vita. Una tradizione che risale all’epoca della prima Crociata e delle persecuzioni delle comunità ebraiche della regione del Reno. Il più antico Memorbuch ritrovato ai giorni nostri risale al 1296 e fu compilato a Norimberga.

Nelle comunità askenazite, questi libri si chiamavano Memorbücher e servivano anche a commemorare le vittime dei pogrom e delle persecuzioni antisemite, con lunghi elenchi di nomi che venivano letti pubblicamente nelle sinagoghe in occasione degli anniversari di tali violenze.

Questa tradizione ha resistito per la Germania fino al XVIII secolo, mentre in Polonia era ancora in uso nel primo dopoguerra. Un cambiamento significativo di queste pubblicazioni si registra negli anni Trenta in Ucraina, con il Libro di Felstyn del 1937 in cui per la prima volta all’intento commemorativo di ricordare le vittime si unisce anche lo sforzo di ricostruire e registrare la storia di una comunità, prima e dopo il massacro. Dal libro della memoria si passa al libro del ricordo. Con l’avvio del genocidio degli ebrei nei territori dell’est europeo, altri yizker bicher vengono alla luce, circa una quarantinafino a quando non rimane più nessuno a poter scrivere perché il mondo askenazita viene distrutto nella shoah.

I libri del ricordo sono anche l’opera di immigrati ebrei negli Stati Uniti, che cercano di non perdere di vista i propri cari e i propri conoscenti rimasti intrappolati nel Vecchio Continente e di denunciare le atrocità perpetrate dai tedeschi e dai loro collaboratori.

La tradizione degli yizker bicher riprenderà alla fine della guerra, dall’inverno 1944 e poi nel 1945, contemporaneamente all’arrivo degli alleati sovietici e anglo-americani che liberano i campi e le poche migliaia di prigionieri rimasti in vita. E’ infatti nei campi per rifugiati organizzati dagli alleati, in cui si ammassano tra i prigionieri liberati anche gli ebrei in attesa di rimpatriare e dare avvio alle ricerche dei propri famigliari, che si riprende a scrivere, annotando i nomi di tutti coloro che facevano parte della comunità prima dell’inizio della tragedia. Neanche in questo caso di tratta di un mero intento commemorativo, ma soprattutto di un intento storico e di giustizia. Si cercano le prove, i nomi, i numeri, per poter preparare anche i documenti che sarebbero serviti per condannare i colpevoli. Vengono anche pubblicate monografie su intere comunità, come quelle di Vilna e di Pinsk degli anni 1920. Secondo la storica Monica Garbowska, dal dopoguerra al 2008 sono stati pubblicati 540 libri del ricordo riferiti alle comunità ebraiche annientate in Polonia. Oggi, da alcune indagini e ricerche compiute per esempio da Annette Wieviorka, gli yizker bicher sarebbero circa 600, di cui la stragrande maggioranza di provenienza polacca. Si tratta di opere di grandissimo valore documentario e umano, che offrono uno spaccato di vita delle comunità ebraiche prima della shoah e, talune, anche durante la shoah. Le pubblicazioni sono conservate al YIVO a New York, a Yad Vashem in Israele e alla biblioteca Medem a Parigi.

Ma soprattutto, sottolinea Georges Bensoussan nell’introduzione al volume della Revue, gli yizker bicher, espressione del dovere di memoria insito nella tradizione ebraica, rispondono anche all’obiettivo dei loro autori di liberarsi dall’atroce senso di colpa di essere sopravvissuti e di dover quasi giustificare la propria salvezza, difendendosi dall’accusa di essere scesi a compromessi col male e col nemico, abbandonando gli altri alla morte (“Perché proprio tu sei sopravvissuto e tutti gli altri no?”, è sempre stata la domanda che i sopravvissuti si sono sentiti rivolgere, talvolta apertamente e senza decenza, talvolta indirettamente con allusioni poco rispettose). Pagare il proprio debito alla vita ricordando i fratelli e le sorelle uccisi nella shoah,  assume dunque il sapore anche di un atto di giustizia e, al tempo stesso, di vendetta retroattiva nei confronti dei carnefici. Perché le vittime sono state bruciate o seppellite in fosse comuni senza rispetto nemmeno per la dignità del corpo, con l’intenzione di cancellarne non solo l’identità ma anche la stessa umanità. E ridare dunque un nome e un volto, attraverso le fotografie che popolano i libri del ricorso, significa combattere contro l’oblio e la forza sradicatrice del male. Significa scrivere una storia e impedire che essa scompaia totalmente dalla memoria collettiva e dalla coscienza pubblica.

Un volume da leggere per cercare di comprendere meglio di che cosa parliamo quando parliamo di vittime della shoah. Uomini, donne e bambini che prima della tragedia avevano una vita normalissima come tutti.